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Quello, sono io?

Appunti di una tesi sull'autoritratto

L’autoritratto fotografico è sempre stato un argomento appassionante per me. Guardo con interesse e curiosità le foto dei volti che, da dietro la macchina fotografica, si sono portati davanti ad essa. Mi è sempre sembrato un atto di estrema solitudine.
L’occhio nascosto e sostituito dall’obiettivo (un’abdicazione, una ritirata o un atto di fiducia?) rinuncia al proprio posto di comando e, nudo e privo di alcuna protezione, si offre alla vista ipertrofica del mezzo fotografico, impietosa e asentimentale. L’essere vivente, da essere vedente è solo un essere visto. Il primo piano di Buster Keaton in Film di Schneider (sceneggiato da Beckett) mi sembra offra l’espressione calzante di questa condizione.

Giunta alla fine del mio corso di Laurea Magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale all’Università degli Studi di Roma Tre, scelgo quindi di approfondire questo mio istintivo interesse coniugandolo con gli studi accademici. Esiste l’autoritratto cinematografico? E come si sviluppa, per quali motivi e e come?

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Valie Export – Touch Cinema

 

“Questa scatola è una sala cinematografica, Il mio corpo è lo schermo.Questa sala, però, non è fatta per guardare, è fatta per toccare.”

Touch Cinema è una performance che venne eseguita in dieci città europee nel 1968-1971.

In questo lavoro, la EXPORT indossava un piccolo “cinema”, una scatola, attorno al suo corpo nudo superiore, in modo che il suo seno non poteva essere visto, perché nascosto, ma poteva essere toccato da chiunque avrebbe raggiunto attraverso la parte anteriore “le tende del teatro”.

“Questo è Touch Cinema. Anche se lo stato non ammette la pornografia, voi potete sentirvi liberi di sperimentarlo…ma solo per tredici secondi. Quando lo fate, comunque, sarete visti da tutti.”

Anita Khemka

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Da Autofocus. L'autoritratto nella fotografia contemporanea.

Waiting at the VT Station on my birthday Eve, Mumbay. 2006

L’autoritratto come terapia. Ritrarsi, oggettivarsi, vedersi come altro, liberarsi da sè.

Peter Keetman

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Self-portrait, 1950

Gli autoritratti allo specchio sono di tanto semplice esecuzione quanto di complicata analisi. L’intermediazione e l’assist tra diversi dispositivi di visione (il primo, l’occhio; il secondo, l’obiettivo; il terzo, lo specchio) delinea un rimbalzo di sguardo che dal soggetto torna a se stesso (certo, è questo il meccanismo primario dello specchio), e attraverso la macchina fotografica questo sguardo viene fermato, fissato. Ma gli sguardi sono due: quello dello specchio (che coincide con quello dell’osservatore), e quello del fotografo (che si guarda e insieme si fotografa). Anche l’osservatore, come il fotografo, condivide questa ubiquità dello sguardo da sotto a sopra. Questa vertigine mi sembra più evidente in questa fotografia di Keetman perché esce dal tradizionale schema dell’autoritratto fotografico allo specchio, dove lo specchio è solitamente di fronte al soggetto, non sopra di esso. La posizione frontale è più naturale, come quella di due persone che si guardano reciprocamente, mentre in questa foto io che guardo dall’alto mi trovo in una posizione non abituale per l’esperienza scopica.
Di fatto, i miei occhi vedono gli occhi che guardano l’immagine che sto guardando. Di solito, quando io guardo una fotografia sto condividendo la vista di colui che ha scattato l’immagine. Non c’è ambiguità sulla posizione dell’occhio e di ciò che sta guardando. Io e il fotografo siamo aldiqua, e il soggetto è aldilà del campo visivo. Se in questa foto io mi trovo al posto dello specchio, io condivido lo sguardo di un occhio che non è un occhio. L’effetto da i brividi.

Helmut Newton

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Self-prortrait

Scarnificazione, depurazione, eliminazione

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Booster, Robert Raushemberg, 1967

“Spossessato delle sue difese, l’uomo diventa completamente vulnerabile alla scienza. Spossessato dai suoi fantasmi, diventa totalmente vulnerabile alla psicologia. Spossessato dei suoi germi, diventa completamente vulnerabile alla medicina.

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Claude Cahun e l’altra faccia del surrealismo

“Come aveva scoperto, a dispetto di una facciata libertaria, l’ambiente surrealista come quello comunista, erano maschilisti e finanche omofobi: in tanta esaltazione dell’inconscio e della libertà erotica semplicemente ignorava altre possibilità per la donna che quella di essere oggetto del desiderio e musa ispiratrice della creazione intellettuale, tradizionalmente riservata al maschio. E fu probabilmente per questo che la presenza di Claude Cahun fra le file dei Surrealisti è rimasta poco documentata, nonostante Breton la definisse “lo spirito più curioso di questi tempi” e la incoraggiasse a scrivere e pubblicare.”

https://specchioincerto.wordpress.com/donne-e-fotografia/claude-cahun/

Duchamp e la foto come ready-made

http://fortemartina.blogspot.it/2010/10/duchamp-e-la-fotografia-come-ready-made.html

http://appuntidistoriadellarte.blogspot.it/2015/07/boccioni-e-la-fotografia-un-rapporto.html

Self portrait Suspended III

STW 14

Sam Taylor Wood
Self portrait Suspended III (2004)

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